Rischio estinzione per gli hotel a 3 stelle in Italia a favore del lusso

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A rischio gli hotel a 3 stelle qui da noi. L’Italia dell’accoglienza ha sempre avuto un volto rassicurante e familiare. È quello del Royal Victoria di Pisa, dove i Piegaja ospitano viaggiatori dal 1837, o dell’Hotel Italia di Cagliari, gestito dai Mundula da quasi un secolo. Sono i cosiddetti “tre stelle”, strutture che come il napoletano Pinto Storey offrono un’ospitalità calda e vissuta, lontana dalla standardizzazione internazionale.

hotel a 3 stelle
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Cosa succede agli hotel a 3 stelle in Italia

Eppure, questa colonna vertebrale del turismo italiano, composta da circa 15.000 strutture, oggi trema di fronte a un mercato che corre a velocità doppia. Il problema è che si preferisce sempre più l’ospitalità che ha da offrire il mondo del lusso. Approfondendo la questione, secondo un recente report di Patrigest (Gruppo Gabetti), il settore dell’hospitality vive un momento d’oro, con investimenti che nel primo semestre 2025 hanno toccato quota 1,25 miliardi di euro.

Tuttavia, questa pioggia di capitali è fortemente polarizzata. Oltre l’80% dei flussi finanziari si concentra sulla fascia alta: i turisti internazionali, provenienti soprattutto da USA e Nord Europa, cercano l’esperienza “premium”. Il risultato è una corsa al rialzo: entro il 2028 sono previste 360 nuove aperture, ma l’87% riguarderà hotel a 4 e 5 stelle. Città come Venezia si preparano a diventare enclave del lusso, con 50 hotel top di gamma entro il 2027.

Grandi nomi come Auberge Collection, Nobu ed Edition stanno ridisegnando la geografia del Belpaese, spostando l’asse dell’offerta verso un’élite alto-spendente. Si punta quindi sempre più su quelle strutture che offrono servizi a 4 e 5 stelle, mettendo a serio rischio chi da anni e anni ha fatto del 3 stelle il suo punto di forza. In questo scenario quindi, i 3 stelle a conduzione familiare rischiano l’estinzione.

Ricevono solo il 2% degli investimenti totali, una cifra irrisoria che rende quasi impossibile affrontare i necessari adeguamenti tecnologici, le ristrutturazioni e l’innovazione dei servizi. Senza grandi capitali, queste realtà si trovano schiacciate tra l’incudine del lusso accessibile e il martello dell’extralberghiero (come Airbnb), che domina la fascia economica.

Il problema è anche generazionale. Molte imprese storiche nate nel dopoguerra faticano a gestire il passaggio di testimone ai figli in un contesto globale così aggressivo. Spesso, la soluzione diventa la cessione a fondi stranieri: è accaduto al Bellevue di Cortina e al Cala Ponte di Polignano, trasformati in resort di lusso dopo il passaggio a grandi catene o gruppi d’investimento.

Il rischio reale è che il “Made in Italy” dell’accoglienza subisca la stessa sorte della moda o dell’automotive: un progressivo passaggio in mani estere. Se i tre stelle non troveranno la forza (o i capitali) per rinnovarsi, assisteremo a una frattura sociale del turismo, con la scomparsa di quella “classe media” dell’ospitalità che per un secolo ha reso l’Italia una destinazione per tutti.